Amatori attivi e allenamento mentale, quale rapporto?

Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Consulente e Trainer educativo https://about.me/enricoclementi

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Si ritiene, in modo inesatto, che l’allenamento mentale sia un aspetto che riguarda lo sport professionistico e sia finalizzato al solo miglioramento delle performance di tipo agonistico.

In realtà, l’aumento di nuove abilità mentali e il rafforzamento dei punti di forza individuali, è in qualche modo strategico anche là dove gli obiettivi siano non “di più basso profilo” (rispetto all’agonista), ma semplicemente diversi, implicando comunque nuovi apprendimenti.

L’assioma del nostro discorso è che lo sci è un apprendimento e che, come tale, implica la gestione di aspetti non solo motori, ma anche emotivi e quindi ambientali.

Per dare un esempio chiaro al lettore e che certamente è parte del suo bagaglio d’esperienza, è frequente la percezione che ogni qual volta dobbiamo mostrare qualche cosa ad altri (un maestro, un allenatore, una persona da noi ritenuta “significativa”), la nostra prova subisce delle alterazioni che, in genere, la rendono inferiore alle aspettative: facciamo peggio, o raramente meglio, di quel che pensiamo di poter fare.

Il nostro stato mentale, la nostra emotività, l’immagine che abbiamo di noi stessi, la nostra autostima, la capacità di attenzione, di focalizzazione sul compito, ecc. incidono inevitabilmente sulla qualità del gesto tecnico e, non secondariamente, sulla gratificazione che otteniamo da quello che facciamo.

Quella che ho genericamente indicato come “qualità del gesto tecnico”, è in realtà la risultante delle nostre abilità specifiche. Abilità che comprendono non solo quelle sciistiche in senso stretto, ma anche quelle emotive, che influiscono su postura, tono muscolare, coordinazione dei movimenti, senso-percezione, ecc.

In questa chiave l’allenamento mentale, la conoscenza di sé, delle proprie caratteristiche di personalità, è rilevante sul piano degli apprendimenti e su quello del passaggio – nevralgico per l’amatore di buon livello – da un gesto tecnico efficace, cioè in grado di raggiungere un certo obiettivo, ad un gesto tecnico efficiente, cioè “economico”.

Domande come: qual è la motivazione che sostiene il mio impegno? Per quali finalità e obiettivi? Quali sono le mie strategie di attivazione? Sono sopra o sotto-attivato? Com’è la mia attenzione, so focalizzare in modo conveniente? Il mio linguaggio interiore, è positivo o negativo? Sostiene il mio senso di efficacia? Come colloco l’errore, come lo gestisco? Come gestisco la rabbia, la frustrazione? ecc. sono domande alle quali non solo l’atleta, ma anche l’amatore di buon livello può e deve dare delle risposte.

In specie il linguaggio interiore (self-talk) ha una grossa rilevanza sul piano dell’autoefficacia percepita e l’autocritica, così frequente in noi adulti, non è buona alleata degli apprendimenti. Frasi come non riesco, non sono capace, sono un disastro e simili, vengono dette “frasi parassite”, proprio perché drenano energie e risorse importanti in modo non costruttivo.

Il linguaggio, quindi, ha una funzione non solo “descrittiva”, ma “costruttiva” e va quindi rimodulato in considerazione del fatto che attiva, o disattiva, sia sul piano emotivo che cognitivo, risorse attuali e potenzialità.

Amatori attivi e allenamento mentale, quale rapporto?

Zona comfort. Cos’è e come collocarla

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“[…] una nave in porto è al sicuro, ma non è per questo che le navi sono state costruite.”

Un aspetto molto frequente da gestire, sia sul piano personale (come sciatori), che per maestri e allenatori, è quello della “zona di comfort”.

Il termine fa riferimento sia a una dimensione interiore, nella quale ci sentiamo bene con noi stessi, sia a una dimensione esterna, ambientale, relazionale-sociale, nella quale, del pari, ci sentiamo “comodi”, a nostro agio.

È dunque un aspetto che non attiene solamente alla dimensione sportiva, ma che riguarda la vita di tutti giorni e regola quella serie di comportamenti, di scelte, di convinzioni che in qualche modo ci caratterizzano nella nostra individualità.

Sento a volte che in ambiente sportivo, in specie agonistico, gli allenatori non apprezzano che l’atleta tenda ad esprimersi, sul piano tecnico-tattico, rimanendo all’interno della propria zona di comfort, ampia o meno che sia.

Se da un lato questo è comprensibile e – come vedremo – è non solo appropriato ma indispensabile allontanarsi da questa zona per esperire nuove sensazioni e ampliare il bagaglio di competenze, dall’altro va anche detto che la zona di comfort personale è indispensabile da conoscere, valorizzare, ampliare; questo perché essa fornisce uno stato di sicurezza mentale e benessere emotivo che sono alla base dell’apprendimento, come pure alla base di nuove ricerche e sperimentazioni.

Diciamo che la zona di comfort, quindi, è sia un punto di partenza (il “porto” dell’epigrafe in apertura), che un punto d’arrivo, dove torniamo per bilanciare il carico emotivo e sovente la frustrazione che la sperimentazione di nuovi adattamenti comporta.

Ovviamente in questo modo la zona di comfort si allarga gradualmente, ma si rafforza del pari la nostra struttura di personalità, il nostro carattere, implicando l’acquisizione del nuovo, immancabilmente, l’insuccesso e l’errore, così difficili da accogliere e collocare.

In altri contributi ho indicato l’errore, sul piano degli apprendimenti (e lo sci è un apprendimento!), come:

  • Normale, perché parte ordinaria dell’esperienza e dell’attività umana,
  • Positivo, perché con la sua incidenza permette di far giungere il soggetto a conoscenze più prossime al successo dell’azione,
  • Utile, perché lo mette in condizioni d’imparare, svincolandolo da idee e convinzioni pregresse.

Abbiamo quindi alcuni punti fermi sulla zona di comfort, che a questo punto ci permettono di comprenderla in modo più chiaro, sia in termini di positività (equilibrio tra carichi di frustrazione e gratificazione), che di rischi connessi alla stagnazione in quel che pensiamo di “saper fare bene”.

Credo evidente e senza bisogno di aggiunte la rilevanza di questo discorso per l’attività sciistica, sia essa amatoriale, che agonistica; a fortiori credo essere rilevante questo discorso per maestri e allenatori, in specie là dove la tendenza dovesse essere quella di forzare costantemente le zone di comfort di un allievo o dell’atleta.

Per sviluppare nuove competenze dobbiamo “uscire” da quello che sappiamo fare, espandendo così la nostra zona di comfort e valutando altresì, sul piano mentale, se il cambiamento è un pericolo o un’opportunità.

Un’espressione che bene sintetizza quanto stiamo dicendo e che utilizzo spesso in formazione (ma che ripeto anche a me stesso) è questa: Il disagio temporaneo, porta ad un miglioramento permanente. Ovvero: il sacrificio del mio benessere attuale, promuove una serie di acquisizioni che a loro volta stabilizzano e aumentano la cognizione di quel che so e faccio.

Questa è una delle sfide di chi lavora in ambiente sportivo (ma più in genere educativo), ovvero essere alleati della persona in apprendimento, dell’amatore come dell’atleta, ma degli alleati in qualche modo “scomodi” e che in modo equilibrato a volte dicono quel che l’altro non vorrebbe sentirsi dire, mettono in evidenza quel che l’altro non vorrebbe vedere, conducono fattivamente là dove l’altro non vorrebbe andare.

Paradossalmente, quando si inizia un percorso di mental training o di coaching mentale, le cose, invece di migliorare, sembrano peggiorare. Questo è un buon segnale e significa che il lavoro sta evolvendo nel modo giusto, creando la giusta dose di disequilibrio che preannuncia la comparsa di nuovi assetti e abilità.

È compito di ogni tecnico, sia esso maestro, allenatore o figura educativa di supporto agli staff, accompagnare questo processo e sostenere la gestione di quelle “crisi” funzionali all’emergere di nuovi equilibri, assetti, strategie.

Zona comfort. Cos’è e come collocarla

Sci alpino e “attività di ripresa”, spunti per atleti e amatori attivi

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Sono varie le ragioni che fanno del tema della “ripresa” un asset fondamentale nello svolgimento dello sci alpino. Queste ragioni sono riconducibili al fatto che, anche a livello professionale: è uno sport stagionale e che comunque (pure includendo le trasferte estive) non si pratica in modo continuativo; è uno sport “di destrezza” e che prevede infortuni; è uno sport dove in qualche modo le “buone sensazioni” vanno ricercate giorno per giorno, settando quei delicati equilibri che rendono efficace ed efficiente (cioè economico) il gesto atletico.

Ricevo a volte richieste di mentoring su questo delicato aspetto, in specie là dove l’atleta o l’amatore sono incorsi in infortuni e, oltre al disagio fisico e all’eventuale cronicizzazione del dolore (che diventa esso stesso un elemento da conoscere e gestire mentalmente), si sentono come bloccati sul piano motorio o non in grado di ritrovare in sé quella “aggressività” necessaria nello svolgimento di una disciplina come lo sci alpino.

Credo che la capacità di approcciare in modo elementare la pratica sportiva, ad esempio lavorare sul facile, a bassa velocità, “a secco” sui fondamentali e recuperando in qualche modo un atteggiamento da neofita (ovvero abbassando l’autocritica, le aspettative e disponendosi ad imparare sempre e nuovamente), sia una caratterizzazione importante di questa disciplina.

Segnalo a questo proposito una bella testimonianza di Innerhofer, che racconta il modo in cui approccia le prima curve ad agni seduta https://www.youtube.com/watch?v=_bplLu5BvVs indicando in modo indiretto, ma chiaro, l’atteggiamento che guida il passaggio dalla fase di riscaldamento-attivazione a quelle successive d’allenamento o di gara.

Tra le apicalità delle attività di ripresa, che dopo il lockdown ci riguardano un po’ tutti (lockdown che bene può essersi sommato a un precedente infortunio o a mutate condizioni di salute personali), sottolineo la rinnovata disponibilità ad apprendere e l’abbassamento della critica, auto o etero-indotta: il giudizio severo su sé, la critica fine a se stessa (frequente in noi adulti), non sono mai state buone alleate degli apprendimenti!

“Imparare ad imparare” e “sospensione del giudizio” (che non significa assenza di valutazione in itinere o ex post), infatti, sono competenze strategiche per ogni sportivo e a maggior ragione là dove mutate condizioni personali o di contesto impongono rinnovati equilibri e adattamenti.

Sci alpino e “attività di ripresa”, spunti per atleti e amatori attivi

Lavorare per le competenze significa […]

Lake_1#life & #sport

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Lavorare per le #competenze in ambiente sportivo (ma anche in altri contesti) significa ridurre il divario tra #istruzione e #formazione, tra apprendimento meccanico e “significativo”, tra cognizione e intuizione. Significa sanare la divergenza tra apprendimento esperienziale e procedurale, tra analitico e globale, utilizzando approcci integrati in funzione di finalità e obiettivi. Significa inoltre dare continuità al processo d’apprendimento e al passaggio tra conoscenza dichiarativa, conoscenza strutturale (o situazionale), e conoscenza strategica, ovvero situata. Adulti di riferimento e tecnici dovrebbero avere chiaro che lavorare in quest’ottica significa integrare “ciò che si sa”, ovvero “come” e “cosa si sa” (Conoscenze), ciò che si è in grado di comunicare e fare con ciò che si conosce (Abilità), e come ci si comporta in relazione all’uso delle conoscenze e delle abilità sportive possedute (Atteggiamenti). La competenza è l’impiego dell’insieme delle conoscenze, delle abilità, degli atteggiamenti, finalizzato a uno scopo ed esercitato nel contesto. Quindi la competenza sportiva non va confusa con l’abilità tecnica, e l’atteggiamento da tenere in prestazione va insegnato al pari dei fondamentali, proprio perché strategico all’espressione di quanto appreso, alla performance. Altrimenti avremo atleti bravi tecnicamente, ma, verosimilmente, con prestazioni al di sotto delle loro possibilità, perché poco competenti; ovvero con scarse conoscenze, insufficienti abilità, atteggiamenti che non facilitano ulteriori #apprendimenti.

Lavorare per le competenze significa […]

“Vita attiva – Life coaching e coaching per lo sport”

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“[…] a cambiare non sono le logiche, ma i contesti applicativi.” – E. Clementi
 
“Vita Attiva – Life coaching e coaching per lo sport” https://www.facebook.com/enriclementi/ è uno spazio d’INFORMAZIONE, di FORMAZIONE e di scambio sui temi dell’#educazione e della #formazione. I contesti applicativi possono essere diversi e vanno dallo #sport al mondo del #lavoro, dallo studio alla vita relazionale-sociale, al #benessere personale. Oltre all’interazione, la pagina promuove SERVIZI di sostegno alla persona (consulenza educativa e #tutoring) nella definizione di priorità, obiettivi, strategie, strumenti, reti di supporto. L’ambito d’elezione del lavoro da me svolto è quello della prestazione sportiva (allenamento mentale e abilità metacognitive), con particolare riferimento agli sport individuali, ovvero a quelli invernali in genere e allo #sci alpino in particolare.
Di prossima uscita e distribuito da BMS Marketing & Communication (www.bmsitaly.com): “L’allenamento mentale nello sci alpino. Prospettive e strumenti dal mondo dell’educazione.”
[…] manuale d’istruzioni rivolto a professionisti della neve, atleti, figure di supporto agli staff, amatori attivi.
Info: info@bmsitaly.com
“Vita attiva – Life coaching e coaching per lo sport”

L’esaltazione del “talento giovanile”, tra opportunità e rischi

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Molti post di organizzazioni e società sportive esaltano, anche solo fotograficamente e in modo indiretto, il talento dei giovani atleti. C’è un’accezione comune di “talento” che è abbastanza immediata (il giovane di talento si distingue rispetto alla “norma”), pur essendo il concetto controverso.

Il talento, di fatto, è stato definito come quella «[…]capacità particolarmente spiccata o non comune a eseguire determinate prestazioni (sportive, intellettuali), spesso associata all’idea di genialità, creatività e ingegnosità. Un talento è in genere considerato (e trattato) come se fosse una sorta di dotazione naturale o innata di quell’individuo, che ci si limiterebbe a constatare e – se il caso – a sviluppare o esercitare, ma che in sé sarebbe indipendente da ogni forma di apprendimento comunque non palesemente riconducibile ad un intervento educativo intenzionale (Bertolini, 1996, p. 647)».

La discussione sul talento scoperchia – per così dire – il vaso dell’annoso problema sempre attuale nel campo delle scienze umane (soprattutto di quelle psico-pedagogiche) riguardante il dibattito tra “innatismo” e “ambientalismo”; dibattito che, nel corso del tempo, ha dato vita ad una vera e propria “antinomia pedagogica”.

Questo dibattito, oggi, è ancora vivo (in sintesi: il talento è generato da fattori innati, o ambientali?), con il rischio però di generare forme di precomprensione che non tutelano il talento stesso, ma, esaltandolo, ne limitano lo sviluppo autonomo, quale esso sia.

A partire da un atteggiamento più temperato nei confronti dei giovani che mostrano talento nello svolgere una determinata attività sportiva (ma anche d’altro genere), è bene ricordare che il talento non è mai qualche cosa di puramente innato, ma necessita di elevati livelli di preparazione (tecnica e tattica) e di formazione, unitamente alla volontà del soggetto nel perseguimento dello scopo (Hahn, 1988).

Come evidente, allora, formazione ed educazione hanno una rilevanza notevole nella tutela e nello sviluppo del talento, sia in termini di acquisizione di competenze specifiche, che di “allenamento” della volontà allo sforzo e alla ricerca del continuo perfezionamento di sé nel corso del tempo (Ruiz & Sánchez, 1997; Durand-Bush & Salmela, 1996).

Pertanto, in termini più strettamente tecnici, l’ipotesi di un modello pedagogico di interpretazione e sviluppo del talento sportivo può essere schematizzata in un sistema aperto nel quale le componenti tempo (di apprendimento e affinamento degli apprendimenti), esperienza, esercizio costante e dedizione al compito, formazione e volontà di eccellere nella prestazione (perseveranza), rappresentano gli elementi di un sistema dinamico in continua interazione.

Proprio da questa interazione emerge il “talento sportivo”, come una risultante che è sempre “qualcosa in più” delle singole parti che compongono il sistema stesso (prospettiva emergentista). Esso è pertanto il prodotto di una osmosi tra il sistema degli elementi interni, delle caratteristiche individuali e l’ambiente circostante nel quale il soggetto è inserito.

È necessario quindi che la formazione agisca favorendo questa osmosi, per tutelare il talento ed evitare il rischio di uno sviluppo unilaterale della forma dell’intelligenza umana (Maulini, 2018) a dispetto della sua pluralità.

L’esaltazione del “talento giovanile”, tra opportunità e rischi